lunedì 30 giugno 2014

Ansietudinia

Toh, una sensazione.
Che persiste tra l'altro.
È nuova o dimenticata, ma punge come fossero interi campi di orzo che mi si agitano nello stomaco e si aggrappano con le loro radici alla terra di cui sono fatta dentro e fuori.
È qualcosa di più doloroso dell'ansia e di più frivolo dell'inquietudine che si appoggia su uno spesso strato di frenesia.
Mi sono sempre creduta più brava di te nel dare i nomi alle cose, perciò capirai il mio sgomento quando ho realizzato di averti conosciuto solo ieri. Sei nuovo o sei anche tu dimenticato?
Ti riconoscerò ancora domani e l'indomani del domani finché SBADABAM non ci separi?
A star qui dove sono ora ci si sente piccoli come un chicco di quell'orzo che ti sbatacchia dentro e il pensiero di come possano campi e campi di orzo agitarsi nella pancia di un unico chicco non ha nemmeno lo spazio per germogliare.
La colpa non è tua, ma la causa sì e nemmeno se lo sapessi potresti farci qualcosa.
È tessera di domino che si appoggia a tessera di domino e colora il suo percorso a forma di frattali di Mandelbrot.
Nulla è affidabile in questo momento e soprattutto nulla è reale, ma io avrei così tante parole da mettere una accanto all'altra da colmare il divario tra te e te che finiresti inspiegabilmente per diventare me. Ma a quel punto io dove andrei a finire?
Quanto spazio occupi e di che profumo sei? Ma soprattutto, in quale voce abiti?
Anche se sono piccola in questo momento ascoltami: se non vuoi essere inseguito non metterti a correre. Se non vuoi essere cercato non nasconderti. E non sto parlando di me. Io non inseguo e non scavo. Io busso, ringrazio e fingo di dimenticarmi di abbracciare solo perché non so più come si fa.
Non resta che aspettare e respirare nella certezza che questo vento passerà presto, così come è venuto.
Per intanto rimango a titillare l'idea che in un universo parallelo possa succedere, sia già successo, stia ancora succedendo.




martedì 24 giugno 2014

Voglia di scrivere...

...A prescindere da quello che si scriverà.
Ti è mai capitato?
Secondo me sì.
A scrivere non è mai il cervello.
Il cervello filtra, per carità. Il cervello rilegge, talvolta cancella. Ma non è mai il punto di partenza. Il punto di partenza sono le viscere.
Si comincia con quella spinta, giù, là, alla base degli intestini e senti quel qualcosa che sale inesorabile come schiuma di birra sulle pareti solleticandoti dall'interno e poi su, fino in gola, e dalla gola si spande in tutte le direzioni, toccando anche i muscoli delle braccia che incominciano a fremere di energia repressa. Un pizzicore ai polpastrelli ti segnala la saturazione e le cose son due: o ingoi, ingoi e ingoi ricacciando tutto sul fondo, o cominci a scrivere e lasci che questo fiume di birra si trasformi in parole di cui non hai nessun controllo.

Ora, in tutto questo processo, ti devo confessare che mi succede una cosa strana che magari succede anche a te: i concetti mi vengono fuori al contrario. Se le cose hanno un ordine (e ce l'hanno), dal mio corpo escono puntualmente nell'ordine inverso. Sta poi al cervello ribaltarle in un secondo momento. Infatti non ti credere che questo post non sia passato per lo stesso processo: la prima cosa a venir fuori sono stati i polpastrelli che pizzicano e poi a ritroso, fino a rendermi conto che, com'è ovvio che sia, il punto di partenza stava esattamente alla fine di ciò che avevo scritto. Così ho preso tutto e l'ho ribaltato.
E la cosa veramente buffa è che, riflettendoci, non solo le cose ci escono al contrario, ma ci entrano anche al contrario. Prendi le parole che stai leggendo in questo momento: ti arrivano passando attraverso le tue pupille e impressionandosi sulla retina, ma indovina un po'? Sono capovolte.
Saranno poi gli impulsi inviati attraverso il nervo ottico a fornire all'encefalo le informazioni necessarie all'elaborazione dell'immagine, nonché al suo raddrizzamento.

Detto ciò, secondo me il nervo ottico del mondo s'è rotto. Guardo quello che accade ed è tutto al contrario: i cattivi prosperano, i buoni annaspano, la disonestà è premiata, l'onestà è un fastidioso contrattempo, i sì sono no e i no sono sì...
Quando sarà riparato il nervo ottico, ci sarà un grande encefalo che raddrizzerà tutto, io credo.



venerdì 6 giugno 2014

A te, che t'incontro per strada ogni due anni o giù di lì...

Scrissi già di te a suo tempo, perché m'è bastata quella prima volta per rimanere senza fiato davanti ai tuoi occhi colordellagosucuisononata e ieri ti ho rivisto. Saranno trascorsi due anni, forse tre. Più tre che due. Sia chiaro, ho un ottimo rapporto con il tempo perché lui passa e io me lo lascio scorrere addosso quasi fosse una carezza. Ma abbiamo fatto un patto: lui non lascia traccia e io fingo di non averlo visto passare. Perciò non tengo memoria della mole di tempo che mi è passato sopra, intorno e dentro.
Anche i tuoi occhi mi sono passati sopra, intorno e dentro, ma di loro ho memoria.
Come duetre anni fa, anche ieri eravate tu, i tuoi occhi, la tua chitarra e l'autobus. Ho sorriso un sacco perché ti avevo a un soffio e ho pensato che chissà quando mi sarebbe ricapitato, poi ho pensato di chiederti almeno il nome, ma non l'ho fatto e non so perchè. Sicuramente non per timidezza. Forse per precauzione.
Quando hai starnutito ho pensato di darti un fazzoletto, ma ce l'avevi già. Quando ti sei alzato per lasciare il posto a quella ragazza incinta ho pensato che lo sapevo già che saresti stato l'unico in tutto l'autobus a farlo e ti ho sorriso (di nuovo).
Poi mi son detta che, diamine, potevo lasciarti andar via di nuovo senza uno straccio di prova della tua esistenza? In questi duetre anni mi son chiesta se non ti avessi solo immaginato.
E allora ho preso il telefono e ti ho fotografato.